“Com’è?”
A questa domanda – che spiazza i non indigeni – mi chiedo come risponderebbe quel ragazzo ‘abbronzato’ lì davanti a me, che spesso sale sul mio stesso autobus, la sera. E non posso fare a meno di paragonare la sua condizione a quella dei suoi ‘colleghi’ partenopei. Magari qui senti più freddo, fratello, ma nella sfortuna sei stato sicuramente più fortunato. Almeno non ti abbrutisci. Almeno il welfare qui esiste un po’ anche per te.
Stamattina l’autobus cambia tragitto: la solita corsa viene deviata per lavori su un tratto di ponte, così se ne prende un altro, senza corsia preferenziale per gli autobus, con un po’ di silenzioso traffico cittadino. Il sole alle 8 e mezza non è ancora molto alto, disegna ombre sui palazzi dai colori pastello, il cielo è limpido, la neve imbianca quasi per intero i monti in lontananza. L’insolita lentezza in quel tratto del percorso mattutino mi permette di indugiare su ogni dettaglio, lungo l’Arno, e uno stormo di almeno cinquanta bianchissimi gabbiani nel suo planare sembra fare lo stesso.
Oggi anche la vecchina del foulard – che in tandem col marito occupa sempre i posti migliori sul bus – ha voluto festeggiare la fine delle piogge con un cambio di soprabito: dal cappottino rosso fuoco, abbinato ad ombrello e scarponi per la pioggia, ci ha stupiti con un trapuntato beige, decisamente primaverile. La speranza è l’ultima a morire…
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