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Sul diventar pisani: il cambio di residenza a Pisa Town

Sul diventar pisani: il cambio di residenza a Pisa Town

Circoscrizione 5 - PisaQuando arriva il momento lo senti. Quando i tempi sono maturi…non conviene tornare indietro. Quando capisci che ormai è qui che passerai almeno un bel po’ di anni della tua vita, tanto vale prendersi oneri e onori.

Il cambio di residenza è tra le cose più veloci che puoi fare a Pisa Town: ci sono ben 3 uffici dell’anagrafe e 6 uffici decentrati in varie parti della città, hai l’imbarazzo della scelta. Noi abbiamo optato per la Circoscrizione 5, quella più vicino casa, anche se mi sarebbe piaciuto farlo in modo più “ufficiale”, nell’ufficio storico, il Palazzo Gambacorti sul Lungarno.

Ad aspettare che l’impiegato aprisse – alle 8.30 – non c’era nessuno. Solo noi, che con la frenesia metropolitana che forse non ci abbandonerà mai…siamo arrivati 15 minuti prima (“Cosi facciamo il numero 1″).

Nell’attesa ci siamo goduti il sole, finalmente primaverile, il cinguettio delle rondini, il silenzio di un quartiere residenziale eppure a due passi da ogni cosa. Immancabile la vecchina che dalla finestra zanzarierata fingeva di spolverare il davanzale per capire chi fossero quei due strani figuri, lì giù ad aspettare, felici di un non so che, ad un passo dal cambiare i connotati.

Fare la residenza a Pisa, oltre che veloce, è poi fin troppo semplice. Credevo che per una decisione così importante ci fosse una trafila arzigogolata, al termine della quale mi avrebbero chiesto “Ma sei proprio sicura? Vuoi proprio diventare pisana? L’accendiamo?”. Invece no, compili un modulo, presenti carta d’identità ed eventuale patente, indichi in che giorni e a che ora possono passare a casa per controllare che non stai barando…e il gioco è fatto. Fine.

Sicché, ora sono pisana. Siamo pisani. E mi sono già beccata un primo “pisana di merda”, qualche lezione di dizione (“Adesso devi dire chièsa, buongiórno, uòvo…nèvica”), qualche commento festoso e altri meno entusiasti.

Non so in effetti cosa ci guadagno per ora, ma almeno non dovrò star lì ogni anno a rinnovare il medico di famiglia, sottolineando la mia emigranza, e potrò mostrare con fierezza la tesserina punti dell’Isola Ecologica per scalare qualche euro all’anno.

E quando nelle Pro Loco ci chiederanno “Da dove venite?” per le loro consuete statistiche, forse risponderò direttamente “Pisa”, senza star lì a cercare di sintetizzare la storia della mia vita. Forse.

Sull’empatia

Sull’empatia

Ho conosciuto un bimbo pisano. Di quelli che quando ride, ride con gli occhi. Che quando è triste, è triste anche col naso. Che quando si arrabbia diventa brutto, che quando è felice lo dice tacendo.

Un bambino con cui divento più bimba anche io, anche se io sono la bimba grande, che vorrebbe proteggerlo per vederlo sempre contento. Che lo sgrida, a volte, perché solo così sa dimostrargli il suo affetto. A volte però divento io la bimba piccola, i ruoli si invertono, e lui capisce che è tempo di diventare bimbo grande, almeno per un po’.

I bambini hanno il dono dell’empatia, quella risonanza con l’altro che poi perdiamo, via via. Fino a quando non ci si scontra con chi non ha perso questo dono prezioso, e allora si inizia a farci più caso. A percepire nell’aria se sarà una buona o una cattiva giornata. A capire da uno sguardo, a parlare con i silenzi. A considerare lenitivo un abbraccio, e a non vergognarsi di chiederne ancora un altro.

I bambini parlano un linguaggio troppo immediato per essere per tutti, troppo delicato per avere la meglio, troppo disarmante per non essere emarginato.

Ma quando trovi un adulto capace di essere ancora un po’ bambino, e che si lascia riconoscere senza timore, è allora che si ritrova un altro tipo di sorriso, un’altra dimensione, un’altra via di umana conciliazione.

Andata e ritorno

Andata e ritorno

Tornare e ritrovare. Aver seminato e raccogliere.
Essere qui e altrove, prendere caffè e appuntamenti, scambiare abbracci e saluti.
Inviti e cene, autobus e metrò, passeggiate al mare.

Struffoli, mustacciuoli e susamielli, frutta fresca e secca.
Telefonate, messaggi, lenzuola di flanella, cose da sistemare.
Tempo da recuperare, incontri da improvvisare.

Salutare, poi ripartire.
E nel caso, saper sempre dove atterrare.

Trasferirsi a Pisa Town: due anni dopo…

Trasferirsi a Pisa Town: due anni dopo…

In questi giorni ricorre l’anniversario del mio trasferimento a Pisa Town. Due anni fa partivo con armi e bagagli alla volta di questa ridente (e un po’ polemica) cittadina toscana, nella quale avevo però già un tetto, un lavoro da inaugurare, e compagnia. Dopo un anno avevo già imparato tante cose dei pisani, e dopo due inizio ad affezionarmici.

Certo, non mi abituerò mai all’eccessiva pacatezza in situazioni che richiederebbero un po’ più di brio (commesse alla Coop, per dirne una), al puntualizzare la qualunque, al lamento compulsivo, ma ormai non mi fa più specie la loro ambigua riservatezza, il loro alternare un’oculata parsimonia (per gli altri) al “del doman non v’è certezza” (per se stessi), il loro essere metodici, spesso abitudinari, con una evidente disabilità nella gestione degli imprevisti.

Però ammetto che Pisa, e la Toscana in genere, non mi ha mai fatto sentire un’emigrante, un corpo estraneo. Pisa Town non è la più bella delle città toscane, non è la più espansiva, ma a suo modo accoglie. La metà delle persone che ho conosciuto in questi due anni non è toscana, ma è come se questa terra, con la sua capacità di azzeramento dei rumori di fondo – di cui gli urbani nativi come me sono reduci – riuscisse a fare da catalizzatore di buoni propositi, di idee positive, di energie costruttive e intraprendenza, rendendo più semplice l’interazione, lo scambio, il dono, fine a se stesso o piacevolmente interessato a costruire una relazione – professionale o amicale che sia.

Per questo a Pisa Town mi è venuta naturale la voglia di mettermi in gioco, di fare delle mie passioni un racconto, e di giocare questo gioco in compagnia – perché altrimenti che gioco è. Un gioco che mi ha permesso di entrare in sintonia con nuove persone, di (ap)prendere da loro, di condividere intenzioni, di scambiare valigie di idee…o mal che vada almeno qualche nuovo sorriso.

La mia alba a Pisa Town

La mia alba a Pisa Town

Alba a Pisa
Da casa mia si vedono i Monti Pisani. O meglio, si vedevano. Mi sono spostata cinque metri più a ovest, alla stessa altezza, e ora davanti ho un pino, i rami li posso accarezzare. Ma un po’ li vedo ancora, i monti, dalla finestra della cucina. Così, mentre faccio colazione, se mi sporgo leggermente li ritrovo lì, a farmi compagnia. E quando è molto presto, mi piace continuare a farmi raccontare da loro come si risveglia il sole.

Il Cuore Altrove: a Napoli, con De Magistris

Il Cuore Altrove: a Napoli, con De Magistris

Dopo San Gennaro, dopo Maradona… la mia Napoli ha trovato finalmente una nuova icona di riscatto, un motivo di orgoglio collettivo, un nome e cognome a cui aggrappare le proprie speranze: il neo sindaco della città Luigi De Magistris.

Il sindaco di tutti, come si è definito – e come davvero crede la maggioranza del popolo partenopeo, ancora oggi in festa. Il sindaco di tutti perché finalmente, di fronte all’esasperazione di una città avvilita e umiliata per decenni da una classe politica miope e arraffona (per dirla in modo pulito), non ha contato il partito preso ma la persona: ed è stata una questione di fede, la fede che i napoletani hanno letteralmente riposto nell’uomo Luigi De Magistris, in colui che ancora non lo sa ma è già condannato a diventare il capro espiatorio di tutti i mali della città, il martire per antonomasia, che porterà la croce di una città scugnizza, di un popolo con un grande cuore ma ancora bisognoso di essere educato al vivere civile collettivo, alla legalità, al saper discernere con consapevolezza il bene dal male. E a saper valutare le conseguenze delle proprie azioni.

La mia città scugnizza vuole bene a Gigino de Magistris, lo ha accolto senza riserve, come solo un popolo da sempre abituato all’accoglienza sa fare – anche quando non ha nulla da offrire… perché poi sempre “qualcosa ci esce”. L’entusiasmo sano, collettivo, che ha travolto De Magistris non si vedeva dai tempi di Maradona, da quando anche nella mia scuola, per festeggiare lo scudetto, i padri scolopi ci fecero comprare maglietta azzurra e cappellino bianco, e organizzarono una grande festa mandandoci in giro per l’edificio a sventolare bandierine del Napoli.

De Magistris ha già un posto assicurato tra i pastori di Ferrigno, la più famosa bottega artigiana nella storica “Via dei Presepi”, e sicuramente la sua immagine verrà prima o poi incorniciata e messa in qualche cappella votiva. Perchè a Napoli è così, sacro e profano sono una sola cosa, il sacro vive del profano, in una continua rivisitazione e personalizzazione.

Dopo il buio, l’umiliazione e l’abbrutimento…torna un po’ di luce. Un po’ di speranza. Abbiamo capito che non era tutto perso. E che c’è qualcuno che ha intenzione di prendersi cura sul serio di questa scugnizza, di ripulirla, di ridarle dignità e lustro. Di far tornare anche i napoletani più rassegnati ad amare la propria terra, le proprie radici. Ad averne cura, provando a eliminare una volta per tutte dalla città la monnezza, il marcio, la feccia…soprattutto quella dis-umana.

Napoli - by Bruna Fusco
Una foto di qualche anno fa,
il posto in cui avrò sempre il cuore.

Pisa-Milano: Benvenuti al Nord(e)

Pisa-Milano: Benvenuti al Nord(e)

“E perché sei venuta a Pisa?” “Per vivere tranquilla, e in pace”.

La settimana scorsa ho messo per la prima volta piede in quel di Milano: devo ammetterlo, non sentivo affatto la necessità di colmare questa mia lacuna “viaggeresca”. Partenza con i colleghi all’alba da Pisa town, tutti verso lo IAB(be) Forum, l’Interactive Advertising Bureau su cui non sto a dilingarmi in questa sede.

Milano ci accoglie con nebbia e traffico da cartolina, la zona di FieraMilanoCity appare particolarmente alienante – eppure non siamo in periferia…

La sensazione è quella di essere finiti in un cantiere permanente, casa-e-putéca per ‘operosa gente’ che alloggia in palazzoni grigi, con un indefinito ma costante rumore di fondo e un cielo privo di immaginazione. E spero vivamente (per loro) di aver visto il peggio.

Soprattutto al volante le persone risultavano particolarmente inospitali, e in generale non tirava una bell’aria. Più che altro non tirava proprio aria.

Inoltre non ho colto nessuna “sofisticheria metropolitana”, non ho avuto nessuna percezione di avanguardia e/o velleità da caput mundi…ma in fondo l’Italia è tutta una grande provincia…

Emblema della città i marciapiedi, il regno delle auto in sosta. Non selvaggia ma ‘pianificata’, con tanto di strisce blu per metà disegnate a terra e per l’altra sul marciapiede. Pedoni? Non contemplati.

Ritornare al “sud”, dopo aver provato anche l’ebbrezza del supplizio che i poveri pendolari subiscono quotidianamente per uscire dalla città…mi ha riempito il cuore di compassione sincera per chi l’indomani avrebbe fatto lo stesso, e il giorno dopo ancora…

“…Fossi stata in te sarei andata direttamente a Milano…”
“…Fossi andata a Milano non sarei stata in me.”

Avanti il prossimo, gli lascio il posto mio (cit.) :P



Rendicontando…

Rendicontando…

Non immaginavo che in meno di un anno a Pisa Town avrei potuto già riempire un primo bagaglio di ricordi di persone ‘del passato’. Ma è successo. E’ successo che in questi mesi abbia detto “tanto poi ci si vede…” già a troppe persone per i miei gusti. Persone con cui ho condiviso – per un po’ o per molto – la routine quotidiana, ma che poi hanno preso altre strade. Capita. Ma poteva anche non capitare.

E allora, non sento più già dalla scorsa primavera il livornese che alle 11 entra in stanza e dice: “Si va a fà dù passi?”, con le sue scarpe ‘sonore’ e il passo cadenzato, capace di ingannare qualsiasi orecchio facendo immaginare folte chiome femminee in arrivo…

E non era ancora iniziata l’estate quando ho smesso di scambiare idee, sguardi di costernata intesa e sorrisi sinceri con la mia “lovely sara”, che buca il pane ma se ha tempo mangia anche la crosta.

Poi, in estate inoltrata, ho visto partire per terre lontane una delle mie docenti di vernacolo pisano – specializzata in frasi idiomatiche. Ottima cuoca, femmina vera e very fashion, alla quale mi sono sempre dimenticata di chiedere che profumo portasse.

E con l’autunno è andato via anche miocapitano, ovvero il miocapodifatto, ovvero quello che teneva insieme le fila di tutta la banda, un variegato gruppo di pisani mescolati a ‘forestieri’.Ora siamo ‘de-capitati’. Ma meglio soli che mal capitanati…

Tanto poi ci si vede.
Tanto è (tutto) passato.