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Questioni di emigranza

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“E allora, come si sta a Pisa?”,
mi chiedono tutti, quando sanno che ora vivo qui.
Ma vorranno sapere come si sta a Pisa, o come sta a Pisa una napoletana?

Pisa non è certo il paese dei balocchi, fa pur sempre parte della nostra Italietta zeppa di interessi privati e discutibili virtù, e dopo la ‘maraviglia’ dei primi mesi questa città a misura d’uomo comincia ad essermi familiare, ad essere la mia normalità.

La mia risposta è: “Si sta tranquilli.”
E non aggiungo molto altro, a parte la puntualità degli autobus, la notevole età media degli abitanti, il mortorio della domenica, la cordialità – ma non ti allargare troppo – degli abitanti, il verde diffuso, la suggestione (in ogni caso) dell’Arno, l’assenza di fonti di stress, il lavoro che in fondo mi garba abbastanza.

E se mi chiedono se mi manca la mia città…non ho ancora una risposta da dare. Non me la voglio dare. Certo è che l’entusiasmo della novità ha lasciato il posto alla consapevolezza di un non-ritorno. Non perché non sia possibile, ma perché non sarebbe opportuno. Ma non è detto che questa sia la meta finale.

“E allora, come si sta a Pisa?”
Bene, come una pianta grassa in appartamento.

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Per cominciare…

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“Eh, ma così mi stressi!”

Borbotta fra sé l’autista dell’autobus semivuoto, rivolto ad una donna parcheggiata in modo non proprio ortodosso, che lo costringe a sterzare di…pochissimo, invece di poter proseguire dritto e veloce senza ostacoli.

E io sorrido, e rido dentro, rientrando dal primo giorno di lavoro. E penso a tutti gli anni di angherie urbane subite con malcelata rassegnazione, cosciente che quella non fosse la norma…ma era pur sempre il mio habitat ‘naturale’. E mi stupisce come in pochi giorni mi sia completamente adattata ad uno stile di vita che fino ad ora ho provato il piacere di assaporare solo in vacanza. Dal mio punto di vista qui vivono un’eterna vacanza.

Qui devi preoccuparti che l’autobus passi in anticipo rispetto all’orario segnato in tabella, che la busta biodegradabile della Coop non ti si rompa mentre sali le scale di casa – ma nel caso hai sempre quella di cotone, che hai comprato per aiutare i bambini in Africa. Devi preoccuparti che non piova, di imbacuccarti bene, di portare il cappello. E di poco altro…