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Sulla “bona crianza”

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buona creanzaÈ più vicino ‘r dente che ‘r parente, è forse il detto pisano che mi viene più spesso in mente, ed è una filosofia a cui mi abituerò piuttosto difficilmente.

Perché preferisco continuare a pensare che “addò magnano doje, ponno magnà pure tre” e che “a crianza è ‘e chi ‘a fà, no ‘e chi ‘a riceve”.

I pisani – parole loro – ti tengono ner core, ma ti vanno ner culo, e se è pur vero che i sordi risparmiati so’ du’ vòrte guadagnati… c’è anche da dire che “chi magna sulo s’affoga” e “chi va pe’ chisti mare chisti pisce piglia”.

‘O pparlà chiaro è fatto pe’ l’amìce: per questo, spero, non me ne vorrete… 🙂

Qui pro Quo: la cancelleria

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A Pisa si dice “lapis” quella che in altre parti d’Italia si chiama più comunemente matita. E state attenti a non sbagliare, perché a Pisa per “matite” intendono ciò che da altre parti si chiamano pastelli. E per “pastelli” intendono i pastelli a cera (o simili).

Va da sé che il temperamatite diventa l’appuntalapis.
E badate bene, fonti certe confermano la credenza popolare dell’esistenza di l’apis

Cose di (certe) donne

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A Pisa le passeggiatrici si dicono farde, e sono farde strappone se risultano particolarmente “consumate” (o anche farda smessa di casino).
Farda pare che derivi dal trucco utilizzato da queste donne particolarmente appariscenti (il fard).

Le farde vanno di solito in giro con la giropotta (minigonna), e la potta è…l’attrezzo di lavoro, detta anche stiappo.

Per essere meno volgari la meretrice può dirsi tegame: meno prostituta ma di sicuro più “scofanata” (questo è napoletano!), ossia di conformazione simile ad un tegame da cucina…

Immancabile un detto per la categoria: “Ha visto più schizzi lei che gli scogli di Marina”  (Marina di Pisa)